Diritto

Ultimo aggiornamento .

DOPPIA CONTRIBUZIONE INPS

Doppia contribuzione INPS: ma non sarà che la norma interpretativa l’art. 12 co. 11 D.L. 78/2010 poi convertito in legge 122/2010 è incostituzionale?


E' noto che all'inizio del 2010 la questione della contemporanea iscrizione del socio e amministratore di s.r.l. alla gestione commercianti e separata INPS ha avuto due importanti sussulti.


Dapprima le Sezioni Unite della Cassazione hanno posto "apparentemente" la parola fine alle resistenze dell'INPS ad assoggettare il soggetto alla gestione prevalente, stabilendo addirittura che anche i redditi da considerare ai fini previdenziali dovessero essere solo quelli della gestione residua ( questione che, poi, costituiva il vero motivo del contrasto giurisprudenziale, dato che era dal 2007 che i Giudici di Piazza Cavour avevano ribadito in tutte le salse l'illegittimità della doppia iscrizione. cfr. sentenze Cass. Civ. 5.10.2007 n. 20886, 20.12.2007 n. 26954; 22.2.2008 n. 4676; 17.1.2008 n. 854, 22.5.2008 n. 13215;  2.4.2008 n. 8484)

Ma in soli tre mesi lo scenario è cambiato. Il solerte "legislatore interpretatore" all'opera in questi giorni anche in materia di interessi bancari, con un colpo di scena ha riaperto le porte alla doppia contemporanea iscrizione.


Solo che la norma potrebbe non essere costituzionale.


In materia di norme interpretative infatti, la Corte Costituzionale ha messo negli anni dei paletti, proprio affrontando l'abuso del legislatore poliglotta, interessato alla retroattività della interpretazione ed ha individuato caratteri e limiti della norma interpretativa, che l'articolo di legge in materia di doppia contribuzione non pare possedere del tutto.


In particolare: secondo la giurisprudenza costituzionale (v. corte cost. n. 170/2008, 400/2007, 409/2005, 168/2004, 291/2003, 29 e 374 del 2002, 525 e 292/2000), seguita anche dalla Corte di Cassazione (sent. n. 677/2008, 4070/2004, 12605/2002, 8539/2000, 12386/2000), l'adozione della norma interpretativa pur non richiedendo in assoluto un contrasto strettamente giurisprudenziale, deve pure sempre trovare una motivazione in una obbiettiva incertezza applicativa di qualche natura.

Inoltre, la norma interpretativa siccome è diretta a chiarire il contenuto di norme preesistenti, ovvero ad escludere o ad enucleare uno dei significati tra quelli plausibilmente ascrivibili alle norme stesse, deve possedere un significato che rientra tra le possibili varianti di senso del testo interpretato e compatibile con la sua formulazione.

A questi due requisiti vanno aggiunti una serie di limiti ulteriori individuati dalla giurisprudenza della Corte Costituzionale.

Vero è che, al contrario di quella penale tutelata costituzionalmente, la retroattività della norma civile non è blindata, ma essa costituisce comunque un'eccezione che deve essere sorretta da adeguate ragioni giustificatrici e dunque la norma interpretativa non può andare in contrasto con:

a) la salvaguardia dei principi generali di ragionevolezza e di eguaglianza;

b) la tutela dell'affidamento legittimamente posto sulla sicurezza giuridica e cioè sulla certezza dell'ordinamento giuridico, specialmente in materia processuale;

c) il rispetto della funzione giudiziaria (con il conseguente divieto di intervenire sugli effetti del giudicato e sulle fattispecie sub judice) (corte cost. n. 170/2008, cit., 416/1999, 111/1998, 211/1997, 311/1995, 397/1994)".


Ebbene, per venire alla norma sotto esame, si evidenzia come l'art. 12 co. 11 D.L. 78/2010 lascia dietro di sé pesanti sospetti su ciascuno degli aspetti appena evidenziati.

Ed infatti se è semplicemente censurabile il fatto che la norma si presti ad individuare alcune categorie di lavoratori autonomi per escludere proprio quelli appartenenti alla gestione separata, quindi gli amministratori di società, con sospetta coincidenza, a ben vedere sussiste un più grave problema relativo al suo stretto significato; nel significato attribuitogli dall'interprete la norma finisce realmente per assumere ab origine la funzione di evitare la doppia iscrizione a chi svolge attività di commerciante/artigiano/coltivatore diretto nell'ambito di un'unica attività; il famoso esempio del fornaio che vende il suo pane, che oramai esemplifica la tesi dell'INPS anche nei contenziosi.

Ma la norma interpretata l'art. 1. Co. 208. L. 662/1996  letteralmente non si poteva rivolgere a chi svolgeva attività solo in un'unica impresa.


("Qualora i soggetti di cui ai precedenti commi esercitino contemporaneamente, ANCHE in un'unica impresa, varie attività autonome assoggettabili a diverse forme di assicurazione obbligatoria per l'invalidità, la vecchiaia e i superstiti, sono iscritti nell'assicurazione prevista per l'attività alla quale gli stessi dedicano personalmente la loro opera professionale in misura prevalente).

Il legislatore originario, infatti, utilizzando l'espressione "ANCHE in un'unica impresa", indiscutibilmente si rivolgeva anzitutto a chi opera in più imprese differenti, per poi - a scanso di equivoci - precisare che essa è operante ANCHE nell'unica impresa.


Ciò non può essere messo in dubbio.


Quanto al requisito del permanere  di un dubbio intepretativo in corso al momento dell'interpretazione atto,  è noto che la questione era stata ampiamente risolta dalla Corte di Cassazione in maniera univoca la questione, con ben sette sentenze e sin dal 2007:  Cass. Civ. 5.10.2007 n. 20886, 20.12.2007 n. 26954; 22.2.2008 n. 4676; 17.1.2008 n. 854, 22.5.2008 n. 13215;  2.4.2008 n. 8484, per arrivare nel 2010 a risolvere il residuale contrasto giurisprudenziale di cui si è detto. con la già citata sentenza delle Sezioni Unite 3240/2010.


Dunque difetta anche questo requisito di costituzionalità.


Per dirla con Cass. Cass. civ. Sez. Unite, 06/09/2010, n. 19047 "non può assegnarsi ad una nuova norma natura di interpretazione autentica con efficacia retroattiva allorché essa disciplini una materia sulla quale si sia formato, da circa sei anni, un costante orientamento della Corte di cassazione pur se contrastato da una parte assai significativa della dottrina e dalla giurisprudenza precedente".

Dunque sembrano esserci i presupposti di incostituzionalità e di un uso della retroattività della legge improprio giacchè l'irretroattività "costituisce fondamentale valore di civiltà giuridica e principio generale dell'ordinamento, al quale il legislatore deve in linea di principio attenersi''; nella scelta del legislatore non si trova l'adeguata giustificazione sul piano della ragionevolezza, anzi essa pare adottata in contrasto con valori e interessi costituzionalmente protetti (Cort. Cost. sent. 11 giugno 1999, n. 229), tra i quali è da annoverare anche l'affidamento del cittadino nella certezza delle situazioni giuridiche, che rappresenta, a sua volta, una componente "essenziale dello Stato di diritto'' (Cort. Cost. 4 novembre 1999, n. 416).


Un riconoscimento in tal senso tra l'altro darebbe veste di Giustizia alle rimostranze di chi è rimasto frustrato dal  provvedimento, giunto a stretto giro dalla pronuncia contraria delle Sezioni Unite della Cassazione, dai più giudicato ad hoc, e sicuramente un cattivo esempio del rapporti tra stato enti e Cittadino.


(Avv. Francesco Rettura)


Commenti

Nessun commento.

Registrati per poter commentare.

© 2013 Movimento Forense - Sito sviluppato da Filippo Iovine