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VARIABILI NEL PROCESSO ELABORATIVO DELLA VITTIMA DI CRIMINE VIOLENTO

Variabili intervenienti all’interno del processo elaborativo della vittima di crimine violento


Esiste un inizio ed percorso, la fine invece non è mai certa. Nel senso che quando si ha la necessità di iniziare un viaggio di natura introspettiva, la fine non è che la capacità di riflettere e consapevolizzare i propri percorsi passati e soprattutto presenti. Il viaggio ha temi infiniti. Il viaggio ha un suo svolgimento che di solito è scandito dagli avvenimenti che il viaggiatore nota o sperimenta durante l’iter. Ciò che colpisce viene ancorato al dato esperenziale ed arricchisce la conoscenza. Non è sicuramente la sede adatta questa, ma è fondamentale tenere presenti i meccanismi di feedback e di feedforward che spesso sottendono al filtraggio ed all’apprendimento di nuovi concetti. La capacità o l’intensità ed i risultati di un viaggio introspettivo sono largamente trattati in letteratura. La domanda però è un’altra. Ogni persona può essere un viaggiatore? Ognuno ha le caratteristiche per viaggiare?

Prima di tutto definiamo viaggio introspettivo. Ad un certo punto tutto ciò che rappresenta l’esistenza per un individuo inizia a cambiare. Di solito c’è un evento scatenante, a volte anche minimo. Questo porta ad una ridefinizione dei propri confini psicologici e alla propria capacità di far fronte al cambiamento. Da qui può iniziare un percorso introspettivo attraverso la psicoterapia che abbia come meta la creazione di una nuova consapevolezza in cui le varie parti individuali spezzettate forniscano una coerenza di se. Spesso il viaggio introspettivo è foriero di consapevolezze scomode e di difese acerrime su posizioni apparentemente deleterie che invece sono il modo più facile di convivere con il resto intorno. Al viaggiatore l’ardua decisione di rafforzare le difese o di allargare la maglia. Personalmente sono convinto che le difese siano assolutamente necessarie e fondamentali per sopravvivere e che se sono presenti a qualcosa servono, qualcosa di fondamentale.

Partendo dalla concezione di viaggio introspettivo viene da chiedere se tutti hanno la capacità di viaggiare. La risposta oltre che ovvia è scontata. Non tutti hanno le stesse capacità di viaggiare. La differenza è il bisogno di viaggiare. Intendo dire che anche nei viaggi per vacanza o lavoro chi ha delle menomazioni fisiche ha maggiore difficoltà a spostarsi di chi non le ha. Anche da un punto di vista psicologico c’è la stessa difficoltà. Chi ha subito gravi traumi che di solito si configurano in quella fattispecie che chiamiamo reati contro la persona ha meno capacità di sostenere un viaggio introspettivo, ma sicuramente molto più bisogno di viaggiare. Brevemente e tralasciando più avanti le specifiche per età e sesso nonché quelle culturali mi soffermerei su due punti. L’uno esogeno, l’altro endogeno. L’uno proveniente dall’esterno, l’altro proveniente dall’interno.

“l’effetto palla da biliardo”.  È definito effetto biliardo quella particolare dinamica psicologica che colpisce in sequenza la vittima di un reato ed i suoi congiunti. Come in un biliardo le palline sono disposte a triangolo. Immaginiamo che la prima pallina sia la vittima. Le ulteriori due i genitori, quindi a scalare le altre i parenti e gli amici stretti, i parenti più lontani ed i conoscenti fino ad arrivare all’ultima fila di palline che costituisce l’opinione pubblica. Immaginiamo che la il giocatore sia il reo di un crimine verso la persona e che la pallina bianca sia il reato e che la stecca sia lo strumento o la modalità di sopraffazione. Quando si apre il gioco la pallina bianca viene scagliata con forza verso la piramide delle altre palline. Quella che subisce l’impatto maggiore è la prima palla del triangolo. Assorbe quasi tutta la carica cinestetica. Di conseguenza trasferisce questa carica per tutte le altre palline del triangolo. La seconda fila riceverà una botta notevole e poi a seguire fino all’ultimo. L’ordine caotico in cui si dispongono le palline è la risultante della spinta cinetica della pallina bianca. In tal senso è utile intendere il livello del trauma ed il disagio che si propaga non solo alla vittima, ma anche a chi è intorno. Parenti stretti, genitori, amici molto stretti, risentiranno maggiormente del dolore della vittima, man mano,  questo dolore diventerà da parte degli altri intorno sempre più partecipato e meno sentito, ma comunque di impatto. Per meno sentito si intende che il dolore della vittima e dei congiunti vicini è sempre più intenso e presente di quello dell’opinione pubblica ad esempio o di un conoscente che può rimanere colpito, ma che ha un grado di coinvolgimento minore nella vicenda.

Come su un tavolo di biliardo le palline seguono un ordine caotico, sfaldando la formazione iniziale, le ripercussioni sociali e psicologiche nel microcosmo della vittima e nel macrocosmo della società creano uno sfaldamento caotico. L’ ordine viene colpito e sconvolto da una forza. Molto spesso questo sfaldamento è così traumatico che nel microcosmo familiare può creare la scissione del gruppo. La famiglia non è in grado di gestire il dolore ed allora si divide in una lenta azione logorante, altre volte, la maggior parte, il nucleo familiare cerca di ricostruirsi intorno al dramma, chiudendosi all’esterno. In entrambi i casi l’azione sfaldante crea una ripercussione pari ed eguale alla forza dell’impatto criminale. Esempio: i reati volontari sono puniti più duramente dei crimini involontari. Per questo motivo molto spesso, chi subisce un crimine violento di estrema potenza non si riesce ad accontentare della condanna. Il danno è così grande che anche l’annientamento del reo non risarcisce il dolo. La perdita di un figlio o di un genitore o casi di violenza grave, vista la natura della perdita non è contrattabile. Solo la restaurazione, impossibile, dell’ordine pre costituito porterebbe al soddisfacimento. Per cui si ricerca un nuovo ordine, una  nuova organizzazione. Purtroppo questa riorganizzazione viene spesso fatta sulla base della precedente, ma mancando uno degli “attori” essa non si esaurisce mai. La formazione ad esempio, di associazioni di familiari delle vittime può essere vista come il bisogno caotico di restaurare un ordine antico che si configura nel riunire le simili esperienze e ristabilire una funzionalità. È come dare un senso a ciò che appare senza senso. Eppure questi comportamenti appaiono compensatori di una mancanza che non è assolutamente riempibile. Molto spesso i gruppi si fanno promotori di proposte che in realtà, nel singolo caso non sarebbero di soddisfacimento, ma che in una realtà gruppale definisce un ordine ed una organizzazione, la perdita del congiunto sembrerebbe quindi, il motivo per cui si sta insieme e si continua ad andare avanti. Il gruppo è terapeutico di per se.

La nevro-psicosi. La nevro-psicosi è quel meccanismo interno di difesa che tende a scindere una parte dell’affettività soggettiva di chi ha subito reato. Questa parte diviene per l’individuo assolutamente inaccessibile e svincolata dal reato stesso e dall’accadimento luttuoso.  Il concetto si applica fondamentalmente a persone normali che in seguito ad un trauma luttuoso per difendere l’integrità dell’Io, inteso in termini psichiatrici, scinde una parte della propria capacità affettiva perché quella parte è inscindibilmente legata al trauma ed al senso che il trauma ricopre per la persona. Riappropriarsi della parte scissa vuol dire rivivere emotivamente e sperimentare il senso della distruttività dell’evento drammatico. Il termine Nevro-psicosi è impropriamente coniato per indicare un meccanismo che si inserisce in un quadro nevrotico normale, ma si esplica sotto forma di scissione psicotica di difesa. Il racconto di chi ha un trauma è di solito svuotato dal contenuto affettivo e la rievocazione sembra essere uno dei tanti eventi più o meno importanti della vita, il trauma quindi è vissuto come una “bella favola” spesso neanche vissuta. Manca totalmente la spinta emotiva o la sostanza emotiva. È chiaro nei casi ad esempio di violenza sessuale o violenza fisica o psicologica. Il fenomeno è scisso dal noumeno in termini affettivi. La parte scissa viene recuperata sotto forma autodistruttiva onnipotente ed esterna a se. Una parte incombente ed oscura che determina la reiterazione della violenza e del trauma in una spirale distruttiva. Nel contatto con l’altro il soggetto abusato diventa schiavo di questo tipo di azione vessatoria che lo costringe a distruggersi per opera catartica.

Il quadro comunque rimane aperto a qualsiasi tipo di esperienza che possa approfondire il lavoro con chi è vittima di reato violento ed in quest’ottica vuol essere un augurio per l’apertura di una discussione più ampia da inserirsi anche in un discorso di tipo testimoniale all’interno del processo penale ed anche eventualmente in sede civile come quantificazione di un danno di natura esistenziale che pregiudicherebbe la possibilità del singolo di svilupparsi secondo le possibilità e le capacità che egli ha.



Imma Giuliani

Fabrizio Mignacca





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